Intrappolare un riflesso
Le origini haitiane, James Murphy, Orfeo ed Euridice, Kierkegaard: dentro Reflektor degli Arcade Fire, cinque brani nuovi che ti consiglio e una cassetta dal passato.
Da un concerto a Port-au-Prince nel marzo 2011 a un doppio album: come gli Arcade Fire hanno intrappolato Haiti, la Dfa di New York, Baudrillard e un mito greco per fare il lodo disco più ambizioso. Dopo Reflektor niente è stato più come prima, purtroppo.
Will I see you on the other side?
I ventilatori a soffitto lavorano a notte fonda, ma sotto di loro sono tutti sudati. La sala è piccola, il palco minuscolo. Il gruppo che ci suona è abituato: su spazi angusti come questo ha costruito tutto il tour del primo album. È anche così che ha asfaltato qualsiasi cosa paratasi davanti fino a quando, quarantaquattro giorni prima, si è portato a casa il Grammy per il miglior album dell’anno. Era il 13 febbraio 2011, quando gli Arcade Fire con The Suburbs diventavano il primo gruppo indie a vincerlo. Infatti, su internet era piovuta una pioggia di domande riassumibili in: “Chi cazzo sono gli Arcade Fire?”.
Se lo domandano anche la maggior parte delle persone all’Hotel Oloffson di Port-au-Prince, dove il 29 marzo Win Butler, Régine Chassagne, Richard Reed Parry, Tim Kingsbury, Jeremy Gara e Will Butler fanno un concerto assieme ad alcuni turnisti. Il legame con Haiti arriva dai genitori di Chassagne, moglie di Win, a sua volta fratello di Will. Gli Arcade Fire erano partiti da Montreal, stregato il mondo - a partire dai David, Bowie e Byrne - con l’elaborazione del lutto Funeral, inabissandolo nell’oscuro e politico Neon Bible e facendoci conoscere l’infanzia dei Butler in The Suburbs. Da quella notte haitiana di fine marzo del 2011 comincia lentamente a prendere forma il quarto disco del gruppo.
Tornati da Haiti, gli Arcade Fire portano con loro qualcosa che mette in discussione quanto fatto fino a quel momento. Avevano assistito a un concerto delle Rara Fanm, gruppo locale che attualizza l’antica tradizione della musica rara haitiana, costruita su fiati sincopati, percussioni forsennate, ritmi travolgenti. Quella musica si era annidata nelle sinapsi di tutti e sei i musicisti.
La spiritualità e le tradizioni di quella terra azzerano quanto fatto nei dieci anni di carriera della band: questa volta la lettera degli Arcade Fire non è scritta alla periferia - com’era accaduto per The Suburbs - ma dalla periferia di un mondo in rapida trasformazione. Il Carnevale caraibico apre un mondo di sonorità e significati inediti. Le maschere delle festività locali diventano elemento scenico fondamentale nei live di quello che diventerà Reflektor, ma con una torsione concettuale tutta loro: i travestimenti che irrompono sul palco raffigurano i membri stessi della band e personaggi della società occidentale: altri musicisti, politici, persino il papa. È una visione della realtà debitrice di Baudrillard, dove il simulacro va “ucciso” attraverso un “delitto perfetto” ed è appunto cacciato via con spintoni e male parole dai musicisti in carne e ossa.
Il secondo pilastro di Reflektor è James Murphy. Il primo incontro con gli Arcade Fire risale attorno al 2003, durante un party organizzato da Richard Parry, in cui Butler ascolta per la prima volta Zombie (1977) di Fela Kuti, la stessa sensazione, ricorderà, di quando aveva visto Il Padrino e Fargo: una rivoluzione. Quella sera lo colpisce anche House of Jealous Lovers dei Rapture, uscita sull’etichetta Dfa che Murphy aveva cofondato nel 2001.
Il tempo fa il suo corso: durante il tour di Neon Bible sono proprio gli Lcd Soundsystem a fare da opening act agli Arcade Fire, e nel 2007, per sancire il sodalizio, viene pubblicato uno split in cui la band di Murphy esegue la cover di No Love Lost dei Joy Division - dal seminale Ep del 1978 pubblicato sotto il nome Warsaw - e quella canadese Poupée de Cire, Poupée de Son, scritta da Serge Gainsbourg e portata al successo da France Gall nel 1965.
Di una possibile produzione firmata Murphy si parlava già da anni, ma il matrimonio si realizza solo con Reflektor, dove il boss della Dfa non ha soltanto il compito di “rendere dance” il disco: a lui è affidato il complesso incarico di dare più espressione al sound tradizionale della band, come si avverte con tutta evidenza nel missaggio di Awful Sound.
L’altro grande referente, sonoro e visivo insieme, è David Byrne. La visione artistica che ha contraddistinto lui e i Talking Heads - un’apertura totale che li ha condotti dal post-punk alla world music senza perdere identità né genuinità - è quella che Win Butler cita quando descrive il debito degli Arcade Fire nei confronti di Stop Making Sense: “non solo musicalmente, ma anche in termini di arte dello show”.
L’influenza è concreta: il multiculturalismo di Remain in Light, le percussioni dal vivo che trasformano This Must Be the Place (Naive Melody) in un rito collettivo, il teatro dello spettacolo in cui l’artificio non si nasconde ma si offre al pubblico, tutto questo trova un’eco diretta nella dimensione live di Reflektor, dove la band viene supportata da Matt Bauder e Stuart Bogie ai fiati e da tre percussionisti haitiani, Willonson Duprate, Jean Romane Edmond e Jean Baptiste Nazaire. Dal vivo, i nuovi Arcade Fire sono una festa scatenata: world music e wave sul dancefloor, bassi e toni cupi che seguono ritmiche ipnotiche, delay e riverberi infuocati in un rito vudù che annulla le coordinate spaziali e temporali.
Le registrazioni di Reflektor si estendono per quasi due anni, tra il 2011 e il 2013, su più continenti e in condizioni di deliberata immersione. All’inizio del 2012 la band si trasferisce in Giamaica per quasi un mese, portando letti, strumenti ed effettistica al Trident Castle di Port Antonio, dove lavora col produttore Markus Dravs su una sessantina di nuovi brani. Tornati a Montreal nell’estate, con il materiale abbozzato, fanno visita a James Murphy per chiedergli di contribuire allo sviluppo del disco. I due versanti lavorano in presenza e a distanza, mantenendo la collaborazione riservata fino a fine anno.
A dicembre 2012 la band suona in segreto per cento persone allo studio Breakglass di Montreal sotto lo pseudonimo Les Identiks, con la politica alla porta del “niente cellulari, niente foto, niente video”, in una mossa calcolata per fare leva sul passaparola. Mossa speculare e opposta sarà quella del concerto a sorpresa a Brooklyn nell’ottobre 2013, dove la proliferazione di filmati sui social verrà invece esplicitamente incoraggiata per cavalcare l’onda dell’hype. Tra le due esibizioni, nell’estate del 2013, cominciano ad apparire in varie città del mondo simboli con la scritta “Reflektor”, documentati da un account Instagram appositamente creato.
Le vernici idrosolubili usate per i graffiti causano qualche intoppo - vengono imbrattati anche alcuni muri di abitazioni private - e Butler è costretto a una lettera pubblica di scuse. Compare poi un murales a Manhattan ispirato ai graffiti haitiani della religione Veve, con la scritta “Arcade Fire 9pm 9/9”. Il 9 settembre il gruppo si esibisce alla Salsathèque di Montreal come The Reflektors - biglietti a nove dollari, dress code consigliato, premio per il miglior costume - e pubblicano il video del singolo omonimo.
Il sestetto firma anche il singolo fisico di Reflektor come The Reflektors, i due dischi della versione vinile dell’intero album sono presentati come Vol. 1 e 2 della band fittizia, ripresa con le sagome degli Arcade Fire in cui le facce sono sostituite da materiale riflettente. Il gioco sull’identità è dichiarazione d’intenti su quanto il disco voglia scardinare le aspettative accumulate in un decennio di carriera.
Il titolo dell’album rimanda a The Present Age, l’acuminato saggio del filosofo danese Søren Kierkegaard pubblicato nel 1846, in cui l’autore attacca la sua epoca come una “età della riflessione”: passiva, incapace di passione autentica, ridotta alla produzione infinita di opinioni e commenti e priva di azioni concrete. “Suona come se stesse parlando di oggi”, aveva detto Butler a Rolling Stone. “Parla di stampa, alienazione e tu pensi: amico, non hai idea di quanto andrà a peggiorare!”.
Kierkegaard convive nell’album con Ovidio, Rodin. Il mito di Orfeo ed Euridice - ripreso nelle Metamorfosi, poi nell’opera teatrale Orfeu da Conceição (1956) di Vinicius de Moraes, poi nel film Black Orpheus (1959) di Marcel Camus, Palma d’Oro a Cannes e Oscar come miglior film straniero nel 1960 - attraversa l’intero album come struttura emotiva sommersa.
Il concetto di respicere, il voltarsi indietro che condanna i due amanti all’esilio eterno, riappare nel tema dell’amore possibile e di quello irrealizzabile, dello specchio che riflette ciò che non si vuole guardare. Il 23 ottobre 2013, in risposta a un leak del disco, gli Arcade Fire pubblicano lo streaming audio integrale di Reflektor su YouTube accompagnandolo con sequenze del film di Camus.
La copertina dell’album ritrae la scultura Orpheus and Eurydice di Auguste Rodin, conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, su uno sfondo realizzato con il suminagashi - l’antica arte giapponese che “pietrifica” l’acqua - scelto per i suoi significati di purificazione e di soglia verso un’altra dimensione. Il terzo elemento visivo è la superficie del Cd stesso: proposto dalla designer Caroline Robert su suggerimento degli stessi Arcade Fire, il compact disc viene usato come oggetto caduto in disuso, obsoleto, riconducibile all’idea di morte, e al contempo come specchio fisico perfetto dei temi dell’album. La stessa proprietà rifrangente viene replicata sul palco, dove tutta la strumentazione è ricoperta di superficie speculare e il tetto della scenografia è disseminato di specchi, trasformando il palco in un enorme prisma di luce.
Reflektor viene pubblicato il 29 ottobre 2013 dall’etichetta indipendente Merge: un doppio album di quasi novanta minuti, prodotto dalla band insieme a Markus Dravs e James Murphy, costato 1,6 milioni di dollari contro i 500.000 del precedente The Suburbs. Ambizioso, eterogeneo, sorretto da un impianto concettuale che pesca dalla mitologia alla filosofia passando per una riflessione sull’era dello streaming, è il disco che cattura gli Arcade Fire nella loro forma più smagliante e, con il senno di poi, irripetibile. Dopo questo disco ci sarebbero state defezioni, il passaggio a una major, accuse di molestie, separazioni, album decisamente non all’altezza di quanto il gruppo era stato capace di fare nei suoi primi dodici anni.
Riprendo il vinile in mano, osservando l’immagine del mio viso riflessa e deformata dalle sfumature cromatiche che giocano con la luce. Tiro fuori il primo dei due dischi e lo metto sul piatto: ne sono subito catturato, gettato in un vortice oscuro e tribale causato da una mirrorball frantumata sul pavimento. Qui devo precisare che l’ordine dei brani non rimane lo stesso tra streaming, Cd e vinile, ma quest’ultimo ha indubbiamente la migliore sequenza. Potrebbe essere una scelta voluta per dare valore a ogni singolo supporto.
Dopo la title track che vedremo da vicino nella Cassetta, il lato A, è pervaso dai click delle macchine fotografiche - ancora, un gioco tra analogico e digitale - e dub: “What if the camera really do take your soul?”, canta Butler. In Here Comes the Night Time siamo sul dancefloor di una discoteca quando un brano “di passaggio” viene stravolto dall’esplosione cromatica del carnevale: la struttura cresce, detona e si dissolve con precisione cinematografica nella canzone che meglio traduce in musica il caos del carnevale haitiano.
Il lato B comincia con We Exist dove un basso minaccioso - che ricorda Never Can Say Goodbye - cadenza le parole di un figlio che rivela a un padre all’antica di essere gay. Sul tema dell’identità il disco ritorna nella successiva Normal Person, una critica ironica a chi si identifica in un concetto in realtà del tutto relativo come la “normalità” e, spesso, ha qualcosa da nascondere. È il momento di un buon vecchio rock and roll, con ritornelli schitarrati e cori, sempre sapientemente orchestrati da slanci e ritirate dinamiche.
Meno brillante, You Already Know è un omaggio agli Smiths di The Queen is Dead: se il brano dell’omonimo disco dei mancuniani cominciava con un frammento parlato - cantanto, in realtà - di un film, quello dei canadesi da una comparsata allo show di Jonathan Ross. Qui Butler sembra volerci ricordare che il tempo passa così veloce da non permetterci spesso di essere consapevoli del suo scorrere.
Quando il brano si spegne tra gli applausi del programma televisivo, ecco arrivare uno squarcio punk hardcore, presto risucchiato da un andamento meno aggressivo. Joan of Arc ha uno dei migliori ritornelli dell’album e non può nascondere l’attacco all’istituzione religiosa che nell’episodio della “Pucelle d’Orléans” raggiunge uno dei suoi più drammatici casi d’incoerenza, condannandola a morte per santificarla tempo dopo. Prima che una forte distorsione risucchi tutto, c’è un’eco wildiana in quel verso ripetuto con un “loro” che ama e poi uccide.
Il lato A del secondo disco inizia con la malinconica Here Comes the Night Time II, che riporta alle atmosfere di Neon Bible. Ecco quindi la coppia orfica Awful Sound (Oh Eurydice) e It’s Never Over (Hey Orpheus): la prima, meditativa, barocca e beatlesiana, la seconda un pop anni Ottanta attraversato da un synth bass inquietante. Ma c’è spazio anche per l’emozione, come quando le voci di Chassagne e Butler s’intrecciano per il momento in cui i due amati cantano: “We stood beside a frozen sea, I saw you out in front of me reflected light, a hollow moon. Oh, Orpheus (Eurydice) it’s over too soon”.
Invece, il lato B incastra una perla tra le (troppo) lunghe Porno e Supersimmetry, dalle atmosfere Dfa, melodie emozionanti, arrangiamenti riflessivi. La luce, però, è tutta per Afterlife, il miglior momento dell’album assieme alla title track. Con un coro rubato ai New Order, una ritmica avvolgente e una grande performance, il brano è l’antidoto a questa “reflective age”. Bisogna trovare una soluzione all’enigma dell’esistenza umana e, quindi, della morte.
Piangiamo, urliamo, esplodiamo di dolore e felicità e poi? Ne è valsa la pena? Personalmente, questo brano mi ha sempre emozionato, soprattutto nel momento in cui Butler si chiede: “And after this, can it last another night? After all the bad advice, that had nothing at all to do with life. I’ve got to know…”. Ho scoperto che sul web “it” - riportato sul vinile - è sostituito da “we”, spingendo quindi il discorso sull’approccio sentimentale di una relazione. Invece, è proprio il senso di “tutto questo” a dare maggiore profondità a Afterlife. Quando siamo felici - ammesso che ne rendiamo conto nello stesso momento e non a posteriori - è proprio questo che vorremmo: allungare ancora un po’ quella sensazione, forse perché è così che vince la morte. O, almeno, così crediamo di vincerla.
Alla sua uscita, la critica ha accolto Reflektor con entusiasmo prevalente. Uncut lo ha definito “esasperatamente audacemente, sconcertantemente brillante”, Nme lo avvicinava ai dischi di svolta come Achtung Baby e Kid A. Qualche recensione rimpiangeva la mancanza di un filo narrativo coerente come quello de The Suburbs e trovava i testi troppo astratti rispetto alla concretezza dei dischi precedenti: obiezioni entrambe fondate. Ma Reflektor è uno di quegli album che ti immerge nella sua dimensione, riflessa in tanti frammenti. Con i suoi riferimenti concettuali e artistici, luoghi, suoni e difetti, Reflektor rivendica l’autenticità dell’analogico e dei corpi in un presente digitale e isolazionista. Un reperto di umanesimo.
Cinque canzoni nuove che ti consiglio
Alcuni brani usciti di recente che mi sono piaciuti e forse non conosci.
Pop, nostalgica, un po’ ruffiana: credo che questa canzone mi abbia preso per tutti e tre i motivi. Lui è un artista losangelino e potrebbe essere il suo esordio discografico.
Tristezza da Glasgow - protagonista del prossimo numero della newsletter - che mi ricorda un Wild Nothing più evanescente insieme ai Fontaines Dc di qualche anno fa.
Non è per nulla recente, ma ascoltando la canzone di prima mi sono ricordato di questa perla nascosta del decennio scorso. Che chitarra stupenda all’inciso, eh?
Cost of Living Adjustment esce l’8 maggio e potrebbe essere piuttosto interessante, d’altronde è la band fondata nel 2020 da Tim Darcy, voce e chitarra quel gruppo stupendo che erano gli Ought.
Gruppo che arriva da Graz, Austria, e nove brani che escono a inizio aprile nel disco Live Demo. Infatti, con un testo aspro sull’alienazione e passività, Trendopfer - vittima delle mode - sembra uscita da uno scantinato freddo e scalcagnato dove a fine anni ‘70 è stato registrato un concerto abusivo.
La cassetta
Reflektor si apre con la manipolazione sonora di Kid Koala che contribuisce a definire un’atmosfera dance ma inquieta. Batteria, basso, percussioni e fiati dub costruiscono un paesaggio teso, che richiama suggestioni disco filtrate in chiave più oscura, tra echi di Disco Inferno e Boogie Wonderland.
Il tema della luce è centrale sin dai primi versi: il titolo rimanda alla riflessione, intesa come fenomeno fisico ma anche come immagine simbolica. I contrasti (“prism of light”, “darkness of white”) introducono una dualità che attraversa tutto il brano. Nella seconda parte, Reflektor scivola verso l’isolamento della reflective age, dove la connessione non garantisce più un legame reale. Si inserisce qui la dimensione personale del rapporto tra Win Butler e Régine Chassagne.
Dopo il secondo ritornello il brano si frammenta in un gioco di voci, riverberi e ripetizioni che insistono sull’idea di riflesso. Quando il gruppo non sapeva che farne del brano, sua maestà David Bowie aveva minacciato di inciderla lui, se gli Arcade Fire non si fossero mossi. Ed eccola lì, la voce del Duca Bianco che tuona nel momento più drammatico del brano.
Quando Reflektor si spegne, dopo i suoi sette minuti e mezzo, rimane la sensazione di aver assistito a qualcosa di strano: ci abbiamo ballato su, ma l’inquietudine non si stacca dalla pelle. Più che un singolo, il brano è un portale verso un altro mondo, proprio come le maschere del carnevale di Haiti. Quella degli Arcade Fire si è consumata col tempo, mostrandoci carenze umane e limiti artistici che nella prima parte della loro carriera era difficile scorgere.1
Ci ritroviamo tra una settimana. Se ti va, parla di questa newsletter: è il modo più semplice per farla crescere.
Mi riferisco alle accuse contro Win Butler che riguardano suoi comportamenti sessuali inappropriati avvenuti principalmente tra il 2016 e il 2020, con un episodio segnalato già nel 2015. Lui ha ammesso relazioni extraconiugali ma sostiene che fossero consensuali. Bisogna precisare che, al momento, non risultano processi né condanne a suo carico. Inoltre, pur non essendoci dichiarazioni tangibili in merito all’uscita del fratello Will dal gruppo nel 2022, la vicenda ha contribuito a tensioni negli Arcade Fire, oltre alla successiva separazione dalla moglie e compagna Régine Chassagne.


